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Arriviamo all’aeroporto di Newark da Roma con due ore ritardo, è vigilia di thanksgiving e probabilmente abbiamo perso il nostro treno per Washington D.C. Jesse ha preferito che atterrassimo in un aereoporto poco affollato, soprattutto evitare il Kennedy i cui controlli sono da incubo. La fila per i passaporti è come al solito un susseguirsi di divieti e obblighi perentori. Poliziotti vestiti di scuro e armati fino ai denti scortano le file di passeggeri con gesti bruschi, spesso usando il calcio del fucile come fosse uno sfollagente. Mi impediscono di telefonare alle figlie per comunicare che siamo arrivati, mentre una lunga sequenza di cartelli ringraziano le forze dell’ordine e altre categorie di eroi della patria che lavorano “for your safety“, mastini poliziotto compresi. Al nostro turno ecco la domandina che ci ricorda che quì sanno tutto di noi “come mai stavolta di thanksgiving e non per Natale?” Jesse cerca di alleggerire i toni sorridendo: “i miei genitori in questi giorni festeggiano il loro 65° anniversario di matrimonio, così abbiamo deciso di unire i due festeggiamenti.” Nessun sorriso di risposta. 

Come al solito, in quanto straniera, devo sottopormi al rilevamento delle impronte digitali (tutte e 10) e alla foto segnaletica, all’inizio del patriot act lo facevo con rabbia, adesso ci sono abituata. Sembra che abbiamo finito, invece il poliziotto si alza dicendo che le mie impronte non sono state ben rilevate e ci fa segno di seguirlo, in realtà ci sta scortando. Penso che ci stia semplicemente portando in un’altra postazione di controllo, magari con una macchinetta più sensibile, invece arriviamo davanti al posto di polizia e io e Jesse veniamo separati.

Sappiamo che questo può essere l’inizio della fine, abbiamo letto tante testimonianze di persone fermate per giorni o per settimane per semplici cavilli o per misunderstanding, questo è il patriot act e tu non ci puoi fare niente. Quel che è peggio è che non ci può far niente nenche il Presidente Obama, ormai ostaggio di un Congresso a maggioranza repubblicana. Avrei l’istinto alla fuga ma subentra un’imbelle rassegnazione e varco come una condannata al patibolo la soglia delle libertà democratiche e dei diritti civili. Adesso sono in un limbo dove qualsiasi mia parola o azione può essere usata contro di me, loro hanno il mio passaporto e io ho il divieto assoluto di usare il telefono. “Sit there!” urla, e mi avvio alla seggiola indicatami.

La stanza è piena di umanità che sembra dimenticata dal resto del mondo: tre anziani in sedia a rotelle che non capisco di cosa possono essere accusati, una signora polacca invitata a dimostrare che sua figlia sia residente negli USA e in possesso della green card, ma la poveretta non parla l’Inglese e poi non può usare il telefono. E’ una stazione di polizia come quelle che vedi nei telefilm sperando di non trovarti mai in un luogo così. C’è uno scranno altissimo, nero, i poliziotti stanno in piedi in alto e quando ti chiamano al loro cospetto, a meno che tu non sia un giocatore di basket, devi stare in punta di piedi per poter guardare il tuo interlocutore. In questo momento c’è una ragazza hispanica che sembra minuscola mentre è sottoposta ad un interminabile interrogatorio in spagnolo. Così penso che, per fortuna, dall’avvento del patriot act ho deciso di imparare bene l’inglese, altra fortuna è che in una situazione così non sono con mia figlia Vittoria che invece l’inglese non lo parla. Il terrore si legge nel volto di ognuno seduto seduto in attesa, si evita di incrociare gli sguardi di angoscia, non c’è un turno, ogni tanto qualcuno viene chiamato e poi fatto sedere nuovamente, si può stare lì per un tempo indefinito.

Arriva una signora di colore con la sua bambina, stavano sul mio aereo, lei viene chiamata prima di me, invitata a ripetere la sua firma e poi lasciata andare, penso: “qualcuno allora ce la fa ad uscire di quì!” Saprò dopo che questa è la stessa cosa pensata da Jesse vedendola uscire, mentre stava fuori ad apettarmi terrorizzato, con i poliziotti che lo allontanavano continuamente in malo modo. Ma sembra che io sia lì per un problema grave che riguarda le mie impronte digitali, e se la macchinetta mi ha scambiato per un criminale come potrò mai dimostrare il contrario?

Capisco che devo solo stare zitta e ferma come fanno tutti gli altri, non piangere e non perdere la calma. E’ svanito d’un colpo il mio proverbiale istinto polemico così come la mia vocazione alla battaglia civile.

Finalmente un poliziotto urla il mio cognome, storpiandolo, mi presento e vedo che ha una busta trasparente con dentro il mio passaporto e un dossier che mi riguarda con tanto di foto. Dice di aspettare ancora guardando un punto a caso in lontananza, forse il tempo necessario ad aumentare la mia paura. Finalmente chiede se parlo l’Inglese e benedico tutti i soldi che ho versato all’International House di Palermo “certamente, senza problemi” questo apre la porta all’accenno di un sorriso, ma non c’è da illudersi: ”il rilevamento delle tue impronte digitali è andato male, non riusciamo a leggerle” poi sta zitto. Sono io che devo inventarmi qualcosa da dire perché la sentenza sembra già prodotta, rispondo cercando di apparire tranquilla:

“come mai?”

“sei tu che devi spiegarlo a noi, perché hai contraffatto le tue impronte digitali?” Adesso capisco che l’accusa è gravissima.

Mi salva il lungo training negli aeroporti degli Stati Uniti, questa infatti non è la prima disavventura capitata a me o alle mie figlie nonostante io sia sposata ad un cittadino americano, certamente è la più grave. Capisco che quello che proprio non devo fare è insinuare il sospetto che sia la loro macchinetta ad essere sfasciata, così inizio a biascicare:

“forse non ho pressato bene le dita sul vetro… “

Poi rigirando nervosamente le dita nella tasca mi rendo conto che i miei polpastrelli sono induriti dalla psoriasi, spellati e anche più lisci del normale. Adesso ho il sospetto che il continuo sfaldamento della pelle possa aver reso meno leggibili le impronte digitali. La psoriasi palmare è un regalino dell’ultimo anno, non l’avevo l’ultima volta che sono venuta in America, due anni fa. Così spiego al poliziotto la situazione, nel mio inglese migliore, invitandolo anche a toccare i miei polpastrelli, sembra umanizzarsi, ma non c’è ancora da illudersi:

I beleive youbut… la procedura è: un altro tentativo ancora, un ultima chance soltanto.” Vuol dire che se va male rimarrò in un carcere del New Jersey?

Mi consiglia di lavare bene le mani per far si che la prova riesca meglio, poi mi conduce fuori e intravedo il volto miserable e atterrito di Jesse, appoggiato ad una colonna con un poliziotto che lo guarda a distanza. Il mio poliziotto mi conduce ad una postazione di rilevamento diversa dalla precedente dove c’è una poliziotta, pulisce il vetro più volte prima con una salvietta poi con un pezzo di autoadesivo, poi quando appoggio le dita ci pressa sopra con la sua mano.

Finalmente le mie fingerprints (impronte digitali) sono legibili e il poliziotto mi saluta dicendomi che sono libera.

Next time press better” dice la poliziotta

It won’t be a next time, this is my last time in USA.

“Bad experience?”

Yes, a relly bad experience. Jesse ascolta da lontano ma non riesce ad evercela con me per questa piccola mancanza di controllo, è distrutto e vuole solo portarmi al sicuro, cerchiamo di uscire da lì il più rapidamente possibile, passiamo dalla consegna bagagli dove vediamo le nostre valige girare da sole nel tappeto, le afferriamo al volo e corriamo verso la stazione dei treni, dove non riesco ancora a sentirmi al sicuro: abbiamo perso il nostro treno e dieci anni di vita anche se tutto è durato 45 minuti. Finalmente ci abbracciamo, ancora terrorizzati.

In questi giorni circolano su facebook degli appelli affinché la scienza si attivi per trovare una soluzione alla fibromialgia.

Tuttavia, sulla base della mia personale esperienza, vorrei dire qualcosa a proposito della fibromialgia, ed è: state in guardia quando ascoltate questa diagnosi.

La fibromialgia viene considerata una malattia psicosomatica e viene curata con psicofarmaci. In genere si arriva alla diagnosi per esclusione, perché tutto farebbe pensare ad una malattia reumatica tranne il fatto che non siete positivi a certi test immunologici, ma questo è a mio avviso un errore, perché c’è un’infinità di malattie reumatiche non ancora identificate che non necessariamente richiedono la sieropositività a questi test, o quanto meno la richiederebbero a test non ancora sperimentati. In questi casi l’onestà medica suggerirebbe di aprire le braccia e confessare che al momento non si riesce a fare una diagnosi, invece succede che all’ammalato, nella maggior parte dei casi donna, viene suggerito di avere una sorta di malattia psicosomatica legata al proprio stress. D’altro canto, chi non è stressato (soprattutto se donna) al giorno d’oggi? Chi non si sente causa dei propri mali al giorno d’oggi, soprattutto se è donna? Chi non si sente fragile di fronte ad una malattia che ti sottopone al dolore costante? Così l’ammalato viene curato con degli psicofarmaci ed entra in una spirale in cui non vede alleviare i l proprio dolore ma si sente in colpa per averlo, per non essere riuscito a eliminare lo stress dalla sua vita. Ci sono persone che addirittura cadono nella dipendenza da psicofarmaci.

A me sembra una vigliaccheria fare leva sulla debolezza di un malato per convincerlo ad essere depresso.

Io suggerisco di non prendere gli psicofarmaci e lottare per una diagnosi certa. Il più delle volte (e ci vogliono anni se non decenni) si scopre infatti che si tratta di una malattia reumatica dovuta ad un sistema immunitario impazzito, ma è bene sapere che di questo impazzimento noi non siamo responsabili, non più di chi si ammala di cancro o di diabete.

Le malattie reumatiche necessitano di un protocollo specifico di cure molto costose che in Italia si chiama “progetto Antares”, dobbiamo ringraziare l’ex Ministro Veronesi (anche se non mi piacciono le sue posizioni in materia di energia nucleare) perché in Italia queste cure (costano circa duemila euro a persona per mese) sono dispensate gratuitamente tramite le ASL di appartenenza (non lo sono neanche in Inghilterra).

Le malattie reumatiche non guariscono mai, ma con queste cure vengono tenute sotto controllo, si aggravano molto più lentamente e la vostra qualità della vita può diventare accettabile. Bisogna lottare per riuscire ad essere ammessi al protocollo e ogni anno di cure perso causa un non necessario aggravamento della malattia.

Lottate quindi, non vi arrendete e soprattutto non pensate di essere depressi, la depressione semmai viene per i dolori della malattia. Convincetevi di essere una persona solida.

Ma te sei affricana!? Lo dicevano scherzosamente i miei compagni fiorentini della scuola di design, lo dicevano in tono acido i miei vicini di casa. Quella che stava al piano di sotto addirittura ci chiamava zoccolare ‘alabresi, zoccolare perché camminando per casa con gli zoccoli, a suo dire, le facevamo cascar i calcinacci da il su il soffitto, ma era ovvio che la frase nascondesse un doppio senso. In realtà una sola di noi era calabrese, poi eravamo due siciliane e una marchigiana, ma per lei venivamo tutte dall’estremo sud d’Italia che era la Calabria, della Sicilia non voleva proprio prendere notizia. La Sicilia per i Toscani non sembrava fare parte dell’Italia, per questo i siciliani venivano chiamati affricani. Ci avevo messo tutto l’inverno del primo anno accademico per riuscire ad affittare quella casa in via De’ Bardi: si affitta appartamento escluso meridionali, io questi cartelli li vidi con i miei occhi e quando mi affidai disperata ad un’agenzia, quelli mi chiesero che mestiere facesse mio padre, “sono io a mantenermi agli studi, con un fondo proveniente dall’assicurazione di un incidente, e poi sono maggiorenne”  - rispondevo orgogliosa – “ai proprietari fiorentini del suo conticino da 5 milioni di lire non gliene frega niente, quelli vogliono la garanzia di una famiglia benestante alle spalle, altrimenti va a stare dalle monache”. Con grande umiliazione dovetti farmi spedire da mio padre il suo modello delle tasse ed ebbi il contratto.

Ma ai miei vicini non andò giù la presenza di quelle quattro terrone: se succedeva un furto eravamo state noi, se legavo la mia bicicletta a un palo era sempre quello sbagliato, se stendevamo i panni sporcavamo i loro. Col tempo acquisii un po d’accento toscano e così quando qualche negoziante voleva farmi un complimento diceva: o la è siciliana? Ma un la si sente proprio che è meridionale!

I miei compagni andavano a casa ogni settimana, io solo a Natale e a Pasqua, come i militari, 17 ore in cuccette di seconda classe. Se c’erano le elezioni però c’era una festa, perché le ferrovie dello stato rimborsavano il biglietto a chi dimostrava di essere andato a votare. Così di notte, dalla stazione di Santa maria Novella, saltavo su un treno speciale elezioni, che era speciale perché rispolverava le carrozze di terza classe e ci metteva 24 ore, 7 più del dovuto. Un sacrificio che solo i veri compagni erano disposti ad affrontare e infatti il bello stava proprio lì, entravo in carrozza e trovavo gente che veniva dalla Svizzera, dal Belgio, dalla Francia e che aveva perso la cognizione del tempo “compagna da dove vieni? Dove siamo? Che giorno è?” Ero andata a studiare nella rossa Toscana per trovare i comunisti ma quelli veri stavano su quei treni, tutti i Siciliani mandati via dopo il periodo della lotta per le conquiste delle terre, erano quelli a  cui i caporali avevano detto “se vuoi lavoro vattene da baffone”. “Compagna che sei parente del compagno Cipolla?” Avevano combattuto con lo zio Nicola, si rizzavano la schiena sulla panca, si stiracchiavano le gambe e iniziavamo a parlare di politica, e mi sentivo a casa prima ancora di aver visto il porto di Messina.

Nell’ultimo anno ci imposero a tutti la stessa tesi di laurea, progettazione di strutture di primo intervento dopo un sisma, perché c’era stato da poco il terremoto del Friuli; infatti ci portarono lì in trasferta perché fosse il nostro caso di studio.

Vidi che che a due anni dal sisma la metà dei cittadini aveva già la casa in muratura e l’altra metà aspettava in baracche, ma quelle che loro chiamavano baracche in realtà erano villette prefabbricate con tanto di giardino e garage per l’auto. Io timidamente feci notare che giù nel Belice le persone stavano in baracche di lamiera ondulata da ben otto anni (ci sarebbero rimasti per altri dieci), mi risposero in coro i miei professori di sinistra e gli amministratori dei comuni terremotati: “se stanno lì è perché lo vogliono loro, di soldi lì ne sono arrivati anche di più che quà, è che quì c’è gente laboriosa mentre i siciliani vogliono essere assistiti”. Mi misi ad urlare di rabbia piangendo davanti a tutti: “in Sicilia non ce le abbiamo le fabbriche che fanno il prestito agli operai, che poi conviene a loro così ritornano in fabbrica al più presto!”. In pullman sedetti in disparte gonfia di rancore, poi mi raggiunse il professore di progettazione “io la capisco la tua rabbia, se vuoi ti assegniamo il Belice come caso di studio, così ci potrai raccontare come sono andate le cose veramente”, così mi mandarono a casa per fare la tesi.

La realtà che trovai nel Belice era molto amara: di soldi ne erano arrivati a valanghe ma per arricchire i politici democristiani e gli architetti, stavano ricostruendo a chilometri di distanza dai paesi d’origine lì dove a qualcuno conveniva vendere i terreni, Gibellina stava per essere spostata in una conca umida e priva d’aria, a chi si era ribellato avevano dato biglietti ferroviari di sola andata verso il nord.

La mia tesi fu bellissima e presi il massimo dei voti, ma a quel punto mi sentii di nuovo siciliana e dopo aver ottenuto la laurea ripresi il treno per tornare. Pensavo che la Sicilia avesse bisogno di persone come me , che non fosse giusto abbandonarla alla mafia e ai democristiani. Mi sono mangiata il fegato innumerevoli volte per questa decisione, ancora non so se ho fatto la scelta giusta. Amo questa terra e in tutti questi anni non ho fatto altro che lottare, ma non ho concluso molto e a 50 anni mi sono ritrovata disoccupata. Non ho fatto nulla per trattenere le mie figlie, una è già andata via e un’altra è in partenza, una ha scelto di restare e considero la sua scelta coraggiosa, al pari di quella delle sue sorelle.

La BBC ha lanciato una iniziativa per raccontare la storia del mondo attraverso 100 oggetti conservati nel British Museum di Londra. Nella sezione dedicata ai sistemi di comunicazione di massa figura questo penny dell’inizio del 20° secolo, mostrato come esempio dell’impegno politico di massa in Gran Bretagna e l’emergere della prorompente forza pervasiva dell’azione delle suffragette. Si tratta di una moneta coniata nel 1903 con l’effige di Edoardo VII in cui sull’immagine del Re è stata sovraimpressa la dicitura “Il voto alle donne” (votes for women), martellando in modo artigianale lo slogan lettera per lettera .

All’inizio del ventesimo secolo, sotto il regno di Edoardo VII, alle donne era ancora negato il diritto di voto, insieme ai poveri e ai criminali. Fu in questo periodo che il movimento per il voto alle donne assunse delle forme organizzate di disobbedienza civile, che costarono a molte esponenti il carcere e varie forme di costrizione fisica. Fu coniato anche il termine suffragette in senso dispregiativo (da suffragio universale) che distingueva queste donne, considerate poco per bene, dalle Ladies. L’intelligenza femminile escogitò varie forme di provocazione più o meno legale, anche attaccando i musei, come nei casi in cui furono danneggiate La Venere delle rocce, conservata alla National Gallery, o una mummia del British Museum. Nel caso del penny di Edoardo VII notiamo invece una forma di disobbedienza pacifica e poco aggressiva anche se estremamente pervasiva. La banca d’Inghilterra riuscì infatti a ritirare dalla circolazione solo pochi esemplari, mentre gli altri penny contraffatti passarono di mano in mano diffondendo il messaggio rivoluzionario delle suffragette.

Nel 1918 fu finalmente riconosciuto il diritto di voto alle donne sopra i 30 anni, anche se esse hanno dovuto attendere fino al 1928 per il loro primo voto.

Ho voluto raccontare questa storia come esempio di intelligenza e modernità femminile, capace di varcare i confini delle forme di isolamento e costrizione, sperimentando fra i mezzi di comunicazione del proprio presente quelli più economici e largamente diffusi.

Il nostro presente è adesso un panorama ricco di strumenti di comunicazione facili e a buon mercato, se solo si riesce a conoscerli e studiarli, fra questi ovviamente c’è il web e possiamo paragonare il penny delle suffragette a un’azione di hacking (o hackeraggio) dei nostri giorni.

Mai vista tanta gente a Palermo dagli anni delle stragi, ci abbiamo lavorato un pugno di donne per 10 giorni senza l’aiuto di partiti e sindacati. La ricetta? La gente voleva solo un fischio perché non ne poteva più. Grazie Palermo, oggi mi sento meno straniera nella mia città e mi vergogno meno di essere italiana.

Ci sarà una Assemblea giovedì 3 marzo alle ore 15.00 presso
l’AULA MAGNA della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo

Dopo lo strepitoso successo del 13 febbraio a Palermo ci siamo prese qualche giorno per riflettere, mentre il gruppo “Se non ora quando a Palermo” su facebook ha mantenuto vivo il dibattito. Anche questo è un grande successo, significa infatti che chi è sceso in piazza, oltre a voler manifestare la propria rabbia ha il desiderio di ragionare e confrontarsi. Ecco perché ci interessa continuare, purché in modo costruttivo, creativo e propositivo. Ci siamo chieste cosa abbia spinto tanta gente a scendere in piazza, generazioni diverse, generi diversi, diverse estrazioni sociali. Crediamo che il comune denominatore sia stato il rifiuto, non tanto di un personaggio, quanto dello stile di vita che costui ha imposto (con i propri mezzi) al nostro paese. Il tema che quindi vorremmo analizzare con voi è il ruolo della donna nell’Italia berlusconiana, dividendoci se necessario per aree tematiche, ma lavorando concretamente perché si producano manifesti politici ed azioni di lotta pacifiche ed innovative. I gruppi dovrebbero lavorare in previsione di una manifestazione per il 3 o il 6 aprile, in concomitanza con l’inizio di un processo che, a nostro avviso, potrebbe giudicare non soltanto un uomo, ma uno scellerato modo di concepire la donna. Vediamoci quindi tutti, per la prima volta dopo il 13 febbraio, ringraziando il Preside della facoltà di Lettere dell’Università di Palermo che ci concede l’uso dell’Aula Magna. Non avremo molto tempo (l’aula è prenotata dalle 15 fino alle 19) quindi chiediamo di restare in tema (il ruolo della donna nell’Italia berlusconiana) e di rispettare rigorosamente i tempi di ogni intervento. Gradiremmo anche che si desse priorità a chi ha proposte concrete per azioni di lotta, soprattutto a donne e amici delle donne anonime/i e indistinte/i, chi cioè non ha ruoli di rappresentanza in partiti, sindacati e movimenti politici. Infine siate sinceri nell’indicare se parteciperete o meno (eventualmente variando il vostro “parteciperò” qualora decideste per altri impegni di non partecipare più), per ragioni organizzative abbiamo infatti bisogno di una stima quanto più veritiera possibile dei partecipanti.

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Ma per favore, cerchiamo di non fraintendere le migliaia di donne che in questo momento stanno offrendo il proprio tempo ed il proprio entusiasmo per uno degli eventi che, speriamo, possa tirare a galla una Nazione che si era impantanata nel liquame della mala educazione. In questa battaglia è difficile trovare gli slogan, individuare i nemici, mantenere una identità apartitica.

I motivi per cui siamo accorse in tantissime forse non li conosciamo distintamente, ancora fatichiamo a capire, sappiamo che si è colmato un vaso, che non ne possiamo più. Sbagliamo strada facendo, poi ci correggiamo. Un faticoso lavoro in itinere che ci sta arricchendo, ci sta fornendo una ad una le parole per ricominciare a parlare, noi che siamo state zitte per troppi anni. Siamo inesperte, non perché nuove alla lotta, ma perché un nemico così policefalo, scorretto e agguerrito era fuori dalla nostra immaginazione. Non è una battaglia di genere, ci siamo solo mosse per prime, chi è arrivato dopo ci dia una mano. Che nessuno diventi protagonista, nessuno resti escluso, nessuno resti offeso, nessuno ci metta in bocca parole che non abbiamo detto, nessuno interpreti la nostra volontà. Perchè dividerci prima ancora di esserci espressi? Non è più semplice parlare, capire insieme, gridare forte che vogliamo un’altra Italia?

 


Se cliccate su questo link verrà aperta una finestra ad una pagina nella quale sono conservati tutti i file utili a chi si sta attivando per promuovere la manifestazione del 13 Febbraio a Palermo. Basta cliccare su ogni file col tasto destro del mouse per scaricarlo. A poco a poco caricherò tutti i file utili per gli organizzatori.

Il logo della manifestazione creato da Maddalena Fragnito (comitato organizzativo romano) è unificante per tutte le manifestazioni del territorio nazionale. E’ anch’esso contenuto nel kit (in formato jpeg esteso) e può essere usato per fare magliette, spillette, bandiere, manifesti e tutto quel che di creativo vi viene in mente.

Il programma di Palermo:

ore 10.00 concentramento piazza Croci, in corteo fino a Piazza Verdi
ore 11.00 piazza Verdi, davanti il teatro Massimo, free-session di donne. Musica, teatro, danza, letture… un “palco aperto” dove si alternano donne, soprattutto giovani, che hanno qualcosa da dire, ognuna con un linguaggio diverso.

10 minuti l’una di musica, teatro, danza, letture (a tema, ironiche, serie, trasgressive…) insomma una specie di “palco aperto” dove si alternano donne che hanno qualcosa da dire o da suonare/cantare.

 

carissimi,
avete aderito in tanti all’iniziativa programmata per il 13 febbraio e questo vuol dire che anche a Palermo c’era tanta attesa per un evento che nasceva spontaneamente dal basso, in linea con quello che sta accadendo al livello nazionale.

Proprio per rispettare il carattere spontaneo, trasversale e apartitico, sarebbe giusto stabilire delle priorità in vista della riunione organizzativa di domani pomeriggio (3 febbraio alle 18.00 presso l’associazione culturale Mutazioni, in via G. Di Marzo, 43, quasi all’incrocio con via Lo Jacono, un cancello accanto al supermercato SIsa). Anche perché ci sembra di capire che questo è una richiesta che giunge da molti di voi. Fra noi organizzatrici (è bene chiarire che siamo state soltanto più pronte di altri nel lanciare il sasso ma non abbiamo intenzione di intestarci nulla ne di rivendicare primogeniture) ci siamo chiarite le idee e pensavamo domani di ribadire i seguenti punti:
1) l’idea di una levata d’orgoglio femminile (alla quale si sono uniti, giustamente, anche gli uomini) è nata dal basso, con la partecipazione di artiste e donne dello spettacolo, ma senza il patrocinio dei partiti, quindi anche a Palermo si dovrebbe rispettare lo stesso spirito

2) i parlamentari, consiglieri comunali, eventuali candidati a prossime elezioni, per favore, aderiscano solo a titolo personale

3) a livello nazionale sembra che ci sia una partecipazione trasversale e non è il caso di tradire questa aspettativa con l’esposizione di simboli di partito o sindacato
4) legittima invece l’adesione di organizzazioni storiche femminili o associazioni culturali.

5) l’evento del 13 è solo una delle iniziative dei prossimi giorni per mandare a casa il governo, ma nasce soprattutto dall’orgoglio della parte pulita della popolazione italiana determinata a difendere la propria dignità, soprattutto all’estero. Ci sono in parallelo altre iniziative da parte di partiti e movimenti, non in conflitto le une con le altre, anche perché non si può vincere un avversario tanto radicato con una sola iniziativa.

6) Infine: l’iniziativa nasce in nome delle donne, per opporsi ad una mentalità che vede in modo distorto, se non vergognoso, il ruolo femminile nei rapporti di lavoro e interpersonali. Questo però non vuole assolutamente escludere altri generi, gli uomini ad esempio, che rischiano di essere accomunati ad uno stile di vita definito “un brutto film degli anni 50”. Non dimentichiamo però che il mondo degli omosessuali è stato vigliaccamente offeso e deriso dai membri di questo governo, oltre che esposto alla violenza spicciola di zelanti fiancheggiatori. Quindi questa è una battaglia che ci deve vedere tutti uniti, uomini, omosessuali, donne, in nome di una dignità nazionale.

aderite ancora in tanti

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