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Workt by Hand’ at Women in the ArtsDal blog “Il Giardino Naturale”

 

In una gelida mattina di gennaio a Washington, abbandonando per sbaglio la Pennsylvania Avenue in favore della New York Ave, mi sono imbattuta nel palazzo angolare del “National Museum of Women in the arts” di cui, confesso, sconoscevo l’esistenza, che proponeva  l’esposizione “Workt by Hand”: Hidden Labor and Historical Quilts. Qualcosa stava chiamandomi a se e in quel palazzo (che ho poi saputo fosse nato come tempio massonico) ho trascorso una giornata indimenticabile insieme a gruppi di donne che come me assorbivano avidamente con lo sguardo le molteplici variazioni di antiche “quilt makers”. Ho imparato molto sulla storia del quilt, anche attraverso un video davvero interessante proposto dai curatori della mostra, scoprendo che una delle tante tecniche di cucito di cui da tempo volevo impadronirmi, portava con se una vera e propria filosofia. Appartenendo ormai ad una famiglia italo-anglo-americana ero destinata a subire la fascinazione di ciò che sin dagli anni settanta in Italia veniva sbrigativamente chiamato patchwork, ma che riassume regole, tecniche e interpretazioni varie e complesse. Patchwork, quilting, appliqué, crazy quilt, blocks, sashing, bordi sono tutte terminologie di un mondo del tutto femminile che geograficamente si è sviluppato dall’area angloamericana (con importanti contributi delle comunità afro e amish) al resto d’Europa (in primis l’Inghilterra), portando con se significati e tipologie relazionali molto profondi. La prima cosa da dire è che si tratta di un insieme di tecniche che richiedono tempi lunghi e pazienza, ragion per cui le vere “quilt makers” ormai preferiscono tenere per se i prodotti di tanto lavoro, donarli, esporli nelle fiere dedicate e soprattutto formare gruppi in cui scambiarsi vicendevolmente esperienze con té e biscottini. Forse il creare occasioni di socializzazione fra donne è il motivo per cui questa pratica iniziata nell’America del 19° secolo è diventata sempre più una vera passione, tanto che negli States si parla scherzosamente di donne “quilt alcoholic”. Ma c’è di più: Carolyn Mazloomi, fondatrice del “Women of color quilter network” sostiene che il quilting è “il respiro sommesso delle donne”, non un grido appunto ma un respiro di denuncia sulla scarsa considerazione economica assegnata al lavoro manuale femminile e alla negazione del suo valore artistico. Qualcosa che è stato dato per scontato, dato che le donne hanno sempre svolto lavori manuali all’ombra della vita familiare (si pensi anche al ricamo e alla cesteria), intervallandoli alle cure per la casa, per gli anziani e per i bambini. In ogni comunità le donne hanno difeso i pochi momenti di pausa delle loro estenuanti giornate per attività manuali gratificanti che potessero arrotondare l’economia familiare, per questa ragione questi manufatti sono sempre stati commercializzati per un decimo del loro valore. Nel mondo del quilting si è di converso esercitata una sottile ribellione attraverso un assunto: il materiale è riciclato, quindi non stiamo sottraendo nulla al bilancio familiare (non è del tutto vero vero pensando a quanto costa il filo e il materiale per imbottire) quindi possiamo decidere di fare ciò che vogliamo dei nostri prodotti. Non se ne conosce precisamente l’origine (alcuni dicono che sia stata una pratica importata dai pionieri che arrivavano in America dal nord Europa) ma sembra che il quilting inizialmente si basase sullo sfruttamento domestico della manodopera femminile, specie  delle schiave afroamericane. Il lavoro prevede una prima parte in cui si prepara lo strato esterno cucendo pezzetti  di stoffa diversi secondo disegni geometrici o di fantasia, questo strato va assemblato a sandwich con uno opposto di un unico tessuto e con una imbottitura al centro, per poi passare alla fase dell’assemblaggio a mano o a macchina. Anticamente il sandwich veniva fissato in degli enormi telai di legno e trapuntato ad ago. In questa fase serviva il lavoro di tante mani, cioè tante donne sedute in circolo a cucire assieme, raccontandosi storie e memorie, scambiandosi aneddoti e consigli. Questa atmosfera di collaborazione scambievole oltre che di amicizia, in una attività in cui non era prevista la presenza maschile, ha fatto si che le donne nel tempo difendessero a ogni costo i loro momenti di quilting senza volere poi separarsi dai loro manufatti: ecco che allora le donne utilizzarono il loro “respiro di protesta” per sottrarre progressivamente i quilts alla commercializzazione ordinaria a favore di una moneta virtuale di cui solo esse conoscessero il significato, quello della “propiziazione”. Le donne americane a poco a poco preferirono produrre quilt per se stesse, quilt da mostrare nelle fiere, ma soprattutto da donare alle giovani della comunità che si sposavano o andavano al college, in modo che nella nuova vita queste ragazze portassero con loro la carezza gentile di mamme, nonne, zie, amiche che vi avevano lavorato. Questo ha creato nel tempo una tradizione muta e affettiva, il passaggio di esperienze da una generazione all’altra e forse, col sopraggiungere di una crisi profonda che oltre all’economia travolge valori e dignità umane, un suggerimento su come sfuggire alle leggi di mercato dando valore a noi stesse e alle cose che facciamo.

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Benetton si riforniva al Rana Plaza, l’edificio di otto piani crollato lo scorso 24 aprile a Savar, sobborgo di Dhaka in Bangladesh (centinaia di morti, nella totale assenza delle principali tutele sul lavoro). Alcune t-shirts etichettate “United color of Benetton” sono state fotografate dall’agenzia AFP sulla scena del disastro.
E’ stata anche trovata una copia di un ordine di acquisto da parte di Benetton per capi prodotti dalla New Wave, una delle fabbriche del Rana Plaza.

“Life, Liberty, and the pursuit of Happiness” (“Vita, libertà e ricerca della Felicità”) è una frase contenuta nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti D’America (1776), è un bellissimo enunciato e quella era l’America di Thomas Jefferson. Allora si aprivano frontiere economiche e porte del pensiero, la rivoluzione industriale era da venire e non si prevedeva che un capitalismo basato sul libero scambio, la libertà d’impresa, la misurazione del benessere in PIL e l’esportazione della democrazia, ci avrebbe portato a questa fotografia, che invece dimostra che  questo modello economico è precipitato in una “non crescita” che provoca morte, privazione della libertà e oceani di infelicità.

La decrescita felice

In questi ultimi anni si parla molto di decrescita felice, spesso per accantonarla come eccesso ideologico e senza capirne lo spirito, in realtà è una teoria economica da studiare attentamente e che parte dal pensiero di economisti come Nicholas Georgescu-Roegen e Serge Latouche. In sintesi possiamo dire che essa parte dalla constatazione di una progressiva e inevitabile decrescita economica e suggerisce di affrontarla in modo consapevole anziché subirla passivamente. Si spinge poi a intravedere una nuova “ricerca della felicità”, basata sul rispetto delle condizioni di lavoro e dell’ambiente, avvicinando la produzione al consumo e imparando a scegliere i propri acquisti.

Decrescita felice non è quindi un paradosso ma la constatazione del fallimento di una teoria economica, quella capitalistica. Si evidenzia che la maggior parte dei prodotti industriali coinvolgono un giro sproporzionato di risorse, che vanno a incidere non solo sul prezzo al consumo, ma ancora di più sull’intero sistema, con enormi costi sociali e ambientali rappresentati dal consumo di carburante per i trasporti della merce, costi di smaltimento e riciclaggio dei rifiuti, conseguenti costi sanitari ed ambientali.

Serve a qualcosa il senso di colpa?

La soluzione ovviamente non è un ritorno in toto all’artigianato manuale o all’agricoltura con zappa e vomero, cosi come ingenerare il senso di colpa nei consumatori occidentali  non aiuta a ridurre l’infelicità dei lavoratori del terzo mondo, soprattutto se non si forniscono delle reali ricette alternative. Non ha senso dire “non compriamo più da Benetton” o “dai cinesi” piuttosto che da H&M, Zara e Promod (anche se considero salutare il disonore sulle marche che per evidenza dei fatti traggono profitto dalla delocalizzazione selvaggia). Per un verso è vero che certi capi devono il loro basso prezzo all’infelicità di lavoratori sparsi per il mondo, che comprare una moltitudine di capi di scarsa qualità non porta alla soddisfazione dell’acquirente, che dopo pochi mesi li getta nelle discariche (con un inquinamento ambientale che si aggiunge a quello derivante dalla produzione degli stessi capi). Per un altro verso è anche vero che la soluzione non è  sempre comprare pochi capi che costino di più, almeno fino a che non si avrà contezza dell’intera filiera di produzione di ogni marchio; attualmente la delocalizzazione avviene anche e soprattutto per i costosissimi capi di alta moda, con una sperequazione ancora maggiore fra costo di produzione e prezzo di vendita.

Cosa fare allora?

Abbiamo bisogno di valide alternative sul mercato, marchi di cui potersi fidare. Esistono brand di moda etica, pochi e poco conosciuti, al momento destinati a una utenza di nicchia. Dobbiamo lavorare perché l’etichetta “etico” diventi diffusa, entri a fare parte dei nostri consumi e sia disponibile capillarmente. Io credo che la decrescita felice debba andare avanti per tentativi, innanzitutto evidenziando cosa non va nel sistema capitalistico e poi suggerendo nuovi scenari sulla base delle proprie competenze. Io mi occupo di progettazione di capi di abbigliamento e vorrei dire la mia in questo settore, altre persone stanno formulando scenari in altri campi, soprattutto in quello dell’agricoltura.

Abbigliamento felice

Il settore dell’abbigliamento ha un posto di tutto rispetto nella scala dei consumi del mondo occidentale, appena al di sotto a quello dell’alimentazione. Modificare atteggiamento in questo settore darebbe un grande contributo   alla ricerca della felicità.

Un tempo, quando i capi di abbigliamento si producevano nelle sartorie, c’era una scala di competenze ben precise che assegnava la confezione di pantaloni (già tagliati dal capo-sarto) alla “pantalonaia”. Questo era un primo esempio di lavoro a cottimo, perché la pantalonaia eseguiva il suo lavoro a casa fra i fornelli e i pupi da accudire, riceveva un tanto a capo e se era brava e svelta riusciva a cucire due pantaloni al giorno, difficilmente riusciva a produrne di più. Considerando che attualmente un salario equo in occidente non scende al di sotto degli 80 euro a giornata, ne risulta che la confezione di un paio di pantaloni dovrebbe costare almeno 40 euro, aggiungiamo poi i costi di materiale e distribuzione e arriviamo al prezzo al dettaglio, questo nel mondo della felicità. Nel mondo reale ci si chiede accoratamente come si può mai arrivare ai 20 euro al dettaglio di un paio di pantaloni low cost. La risposta è semplice: con l’infelicità della pantalonaia, che in tempi moderni, piuttosto che lavorare nel suo catoio, vive da schiava in un “Rana Plaza”. Probabilmente per inseguire questo sogno di felicità ha dovuto abbandonare la sua famiglia in un posto sperduto in campagna, probabilmente di pantaloni ne confeziona almeno dieci al giorno e non ha tempo per dormire e per mangiare. Qualcuno ci verrà a dire che senza il “Rana Plaza” questa lavoratrice morirebbe di fame, io continuo a sostenere che questa non è vita e che non c’è una crescita economica in questo sistema.

In altri settori manifatturieri l’innovazione tecnologica ha portato a una notevole velocizzazione della produzione ma questo non è successo nel campo della produzione di capi di abbigliamento, almeno non del tutto. Si è velocizzato il momento del taglio delle varie parti di un indumento, con una centralina di taglio collegata a dei software di progettazione a CAD e piazzamento. Poi i kit già tagliati vanno smistati ai laboratori di confezione. In genere ogni marchio rinomato ha un finto laboratorio, pulito e con impianti a norma, quello ufficiale, dove operano pochi lavoranti messi in regola. Il grosso della manifattura avviene invece altrove, attraverso una fitta rete di intermediari che fingono di non conoscersi fra loro, fino ad arrivare ai “Rana Plaza”. Tutto questo perché malgrado vi siano macchine da cucire industriali certamente più veloci di quelle artigianali, le varie fasi di manifattura di una capo sono rimaste le stesse dai tempi della prima rivoluzione industriale. Le taglie sono più approssimate, le sagomature meno raffinate, ma una giacca, un paio di pantaloni, una gonna, un abito, necessitano degli stessi passaggi di un tempo. C’è poco da velocizzare, quindi l’unico modo per essere competitivi è togliere, vita, libertà e felicità ai lavoratori.

Ritorno all’artigianato? 

Il dilemma si risolve in una semplice domanda: abbiamo mai abbandonato l’artigianato nel settore dell’abbigliamento? La risposta è no, la confezione di capi di abbigliamento resta sempre un processo molto complesso. In pratica chi cuce è un lavoratore altamente specializzato, che nel corso della manifattura prende continuamente delle decisioni volte a ottimizzare i tempi e la qualità del proprio lavoro. Quando poi questo lavoratore riesce ad avere la visione intera della produzione e non sua una frammentazione, si avrà un capo ben fatto, soprattutto si avrà la felicità, quella prodotta dalla creazione.

La mia risposta è quindi il ritorno l’artigianato, quello che nella realtà dei fatti non si è mai abbandonato.

Una nuova forma di artigianato però, in cui la tecnologia entra a far parte solo dove serve. Ad esempio ci sono nuovi tentativi di progettazione che viaggiano in rete: CAD (a mio avviso ormai superato) o nuovi software più efficienti che consentono la produzione “on demand”. Questa fase sarà molto importante per garantire la fattibilità e l’ottimizzazione dei tempi di produzione e potrà dare lavoro a tanti giovani designers di moda. A proposito di questi ultimi, il mondo attende degni eredi di Coco Chanel, capaci di progettare un abito come si fa con un oggetto di design. Studiare cioè strutture di semplice taglio ed esecuzione, materiali pratici e di qualità. Questo migliorerebbe sicuramente il processo manifatturiero e abbasserebbe i costi così come è avvenuto con i mobili Ikea. Ma un abito non è un mobile e la semplificazione non può avvenire in tutti i capi di vestiario. Per i capi più complessi come giacche e pantaloni si potrebbero semmai offrire kit a chi è capace di cucire, cioè tutti i pezzi di un capo complesso già tagliati con una spiegazione sull’assemblaggio e la manifattura. La tecnologia e la rete inoltre potrebbero intervenire per coordinare i vari livelli di scambio e distribuzione della merce.

Una velocità di produzione umana e sostenibile potrebbe essere compensata dall’abbattimento di rese e scarti, dai risparmi dei costi ambientali.

A questo punto la produzione e la vendita potrebbero avvenire a chilometro zero, con punti vendita piccoli e con pochi capi di prova vicini ai laboratori artigianali. In questi ultimi i lavoratori, socializzando esperienza e umanità, avrebbero la possibilità di seguire l’intera manifattura di una capo. Questo è già nel mio manifesto di Moda Etica.

Certificazione etica

Così come pretendiamo il marchio di certificazione per i prodotti biologici, potremmo pretenderne uno per la moda etica, non è una battuta ma la realtà del futuro. Un marchio che certifichi l’intera filiera di produzione, le condizioni di ogni lavoratore e l’utilizzo di materiali ecologicamente sostenibili. A questo punto inizieremo a imparare a consumare meno e meglio, a spendere il giusto per un paio di pantaloni per poi indossarlo anni interi. I capi potrebbero avere le nostre proprie misure, i tagli potrebbero essere più elaborati e capaci di nascondere i nostri difetti. Forse i designers impareranno a disegnare sui corpi veri e non su quelli delle modelle anoressiche. Forse bulimia e anoressia smetteranno di essere una piaga sociale.

Nonostante tutto voglio essere ottimista e il mio bicchiere mezzo pieno mi dice che:

1) Berlusconi c’è ancora ma non ha la metà dei voti degli Italiani e, con un accordo elettorale fra PD e M5S, potrebbe essere messo fuori gioco da una buona legge sul conflitto d’interessi.

2) Beppe Grillo è un populista ma è stato votato da molta gente perbene, soprattutto non sarà lui ad andare in parlamento ma un grosso manipolo di outsider che non è detto che siano degli incapaci. E se fra di loro c’è qualche scarsamente onesto, vi ricordate chi ha messo in Parlamento Razzi e Scilipoti?

3) Io credo che Bersani non abbia altra scelta che quella di cospargersi il capo di cenere e sedersi a un tavolo con gli eletti al Senato (e alla camera) del Movimento Cinque Stelle, per trovare un minimo comun denominatore fra i due programmi elettorali.

4) Su questa base la coalizione (quella che fa capo al PD) che ha la maggioranza dei voti in entrambe le camere, può avere un incarico per temi: legge sul conflitto d’interessi, legge elettorale, riduzione degli appannaggi dei parlamentari e, perché no, una legge sulla patrimoniale che riequilibri le iniquità dell’IMU.

5) Potrebbe anche darsi che piglino gusto e vadano avanti per cinque anni, bocciando gli F113, il MUOS e il Ponte sullo Stretto, studiando una buona politica energetica e ridimensionando il potere delle banche. Forse sarebbe la volta di vedere in minoranza quell’anima democristiana del PD che in questi anni ha impedito ogni pulsione rivoluzionaria.

6) Monti dovrebbe restare al palo avendo fallito tutto: un anno di governo da dimenticare e una campagna elettorale guidata da toni che non gli sono propri. Che vada a passeggiare il cagnolino con i suoi nipoti.

7) Ha sbagliato tutto anche Ingroia, che io ho votato alla Camera; quindi cari compagni passiamoci una mano sulla coscienza. Ho partecipato a una riunione della Rivoluzione Civile a Palermo in cui si parlava solo di conflitti e posizionamenti all’interno della sinistra, senza riuscire a esporre un programma elettorale che invece era l’unica cosa buona della lista. Non credo che il mio Sindaco sarà indebolito da questa sconfitta, semmai avrà la conferma di essere un ottimo Sindaco e un tiepido leader politico. Per favore resti a fare il Sindaco per due mandati, che lo sa fare molto bene.

8) Per quanto riguarda me forse è giunto il momento di rivedere il concetto di destra e sinistra, non so se a 56 anni ne sarò capace, quindi perdonatemi se ancora mi commuovo sulle note dell’Internazionale, se mi scappa un pugno chiuso e se provo nostalgia per le vecchie sezioni del PCI. Per fortuna sono abbastanza vecchia da non fare tendenza.

cucire con ArteinscenaMolti utenti mi chiedono se Arteinscena organizza corsi di cucito, mi piacerebbe, ma vorrei prima sapere quante richieste effettive ci sarebbero sulla piazza di Palermo e che tipo di corsi sono più richiesti. Vi prego quindi di rispondere alle domande del sondaggio pubblicato quì sotto e di commentare il post. A presto, Maria Adele Cipolla

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 6.200 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 10 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

ImmagineLa verità è che in Italia le persone di sinistra della mia generazione non si sono mai scontrate con la destra, quella vera, e forse non l’hanno fatto neanche quelli della generazione precedente. Mussolini era un populista, pasticcione e guerrafondaio, era appoggiato dagli elementi della destra vera ma di capitale ne sapeva poco. Poi abbiamo avuto la democrazia cristiana, pasticciona e incoerente anche quella, in più mangiona e truffaldina: un cuore in apparenza caritatevole ma azioni politiche guidate da poteri forti come la CIA e il Vaticano. Avevamo anche una destra estrema che per fortuna stava ai margini, salvo poi servire da braccio armato per i poteri forti. Poi dopo decenni di ruberie e carrozzoni democristiani, negli anni ottanta si è insinuata in Italia la voglia della destra pulita, quella che sa ottimizzare le risorse, lavorare sodo, parlare le lingue straniere e stare nei salotti buoni. Qualcuno ha visto queste cosiddette virtù in una controfigura tragicomica, le persone di sinistra non ci sono cascate, ma quando a quest’ultimo si è contrapposto l’economista Mario Monti la loro idea di destra e sinistra è iniziata a vacillare. Capita di passare una serata in casa di amici o parenti con una persona di destra, e capita anche che se non si è parlato di pena di morte, di scuole private, di immigrazione e di investimenti economici alla fine della serata si dica: in fondo è una persona colta e ben educata. E’ quello che molte persone di sinistra (ed esponenti del Partito Democratico) hanno detto al momento della formazione del governo Monti, perché in Italia questo tipo di destra non la conosciamo, perché tanti pensavano che bastava essere onesti e laboriosi per fare un buon governo. Purtroppo non è così, perché sotto qualsiasi apparenza ogni governo di destra persegue un obiettivo ben preciso che è quello della salvaguardia di un sistema di potere, di una classe dirigente sempre iscritta in un’area geografica ed economica a parte da un resto del mondo, a cui si può a seconda del momento elargire benessere ma che non deve mai entrare nel club, questo è il capitalismo.  Il capitalismo ha l’obiettivo del rinnovo della sua classe dirigente, una preoccupazione che travolge qualsiasi sentimentalismo, lo stato sociale è quindi un costante impiccio da scansare con qualsiasi stratagemma, magari facendo finta di perseguirlo per poi mortificarlo nei fatti, è quello che sta succedendo in Italia. Non c’è una casualità nei tagli all’istruzione, alla sanità pubblica e alle pensioni, nei licenziamenti e nelle delocalizzazioni, essi sono solo effetti collaterali di un progetto finalizzato a salvare la classe dirigente dalla tempesta, per gli altri non c’è posto. E’ bene conoscere il nemico per combatterlo, Marx ce lo aveva descritto così bene ma poi qualcuno ha finto di dimenticarlo, sarebbe invece il caso di dare una ripassata al “Capitale”, senza dubbio attualizzando i suoi insegnamenti.

P.S. Ogni riferimento alle primarie del centrosinistra non è casuale ma voluto.

Sono fra quelli che guarda con curiosità ai cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie: on demand, self publishing, diffusione dei blogs. Questo, unito alla progressiva estinzione della carta stampata e dei critici con adeguato stipendio, porterà ad una contrapposizione frontale fra: critici di parte (riconducibili all’industria dell’editoria e dei premi letterari) e moltitudine di blogger e lettori più o meno competenti. Il problema della competenza per me è pretestuoso perché da un lato non ho molte garanzie sulla imparzialità di molti critici “ufficiali” o sulla buona scelta editoriale delle maggiori case editrici, mentre nella vastissima produzione di critica nei blog e nelle recensioni di amazon o anobii si nascondono lettori veramente competenti, liberi dai condizionamenti del mercato, capaci di scovare capolavori nascosti.

Io nel frattempo ho smesso di attendere un editore per il mio romanzo “Elda”, rivolgendomi alle nuove friontiere dell’editoria on demand e digitale.

Per avere il romanzo “Elda” in formato kindle tramite Amazon cliccare

Il formato cartaceo si può invece ordinare tramite LaFeltrinelli cliccando sulla copertina quì sotto.

Elda, Romanzo di Maria Adele Cipolla

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