Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘migranti’

Ma te sei affricana!? Lo dicevano scherzosamente i miei compagni fiorentini della scuola di design, lo dicevano in tono acido i miei vicini di casa. Quella che stava al piano di sotto addirittura ci chiamava zoccolare ‘alabresi, zoccolare perché camminando per casa con gli zoccoli, a suo dire, le facevamo cascar i calcinacci da il su il soffitto, ma era ovvio che la frase nascondesse un doppio senso. In realtà una sola di noi era calabrese, poi eravamo due siciliane e una marchigiana, ma per lei venivamo tutte dall’estremo sud d’Italia che era la Calabria, della Sicilia non voleva proprio prendere notizia. La Sicilia per i Toscani non sembrava fare parte dell’Italia, per questo i siciliani venivano chiamati affricani. Ci avevo messo tutto l’inverno del primo anno accademico per riuscire ad affittare quella casa in via De’ Bardi: si affitta appartamento escluso meridionali, io questi cartelli li vidi con i miei occhi e quando mi affidai disperata ad un’agenzia, quelli mi chiesero che mestiere facesse mio padre, “sono io a mantenermi agli studi, con un fondo proveniente dall’assicurazione di un incidente, e poi sono maggiorenne”  – rispondevo orgogliosa – “ai proprietari fiorentini del suo conticino da 5 milioni di lire non gliene frega niente, quelli vogliono la garanzia di una famiglia benestante alle spalle, altrimenti va a stare dalle monache”. Con grande umiliazione dovetti farmi spedire da mio padre il suo modello delle tasse ed ebbi il contratto.

Ma ai miei vicini non andò giù la presenza di quelle quattro terrone: se succedeva un furto eravamo state noi, se legavo la mia bicicletta a un palo era sempre quello sbagliato, se stendevamo i panni sporcavamo i loro. Col tempo acquisii un po d’accento toscano e così quando qualche negoziante voleva farmi un complimento diceva: o la è siciliana? Ma un la si sente proprio che è meridionale!

I miei compagni andavano a casa ogni settimana, io solo a Natale e a Pasqua, come i militari, 17 ore in cuccette di seconda classe. Se c’erano le elezioni però c’era una festa, perché le ferrovie dello stato rimborsavano il biglietto a chi dimostrava di essere andato a votare. Così di notte, dalla stazione di Santa maria Novella, saltavo su un treno speciale elezioni, che era speciale perché rispolverava le carrozze di terza classe e ci metteva 24 ore, 7 più del dovuto. Un sacrificio che solo i veri compagni erano disposti ad affrontare e infatti il bello stava proprio lì, entravo in carrozza e trovavo gente che veniva dalla Svizzera, dal Belgio, dalla Francia e che aveva perso la cognizione del tempo “compagna da dove vieni? Dove siamo? Che giorno è?” Ero andata a studiare nella rossa Toscana per trovare i comunisti ma quelli veri stavano su quei treni, tutti i Siciliani mandati via dopo il periodo della lotta per le conquiste delle terre, erano quelli a  cui i caporali avevano detto “se vuoi lavoro vattene da baffone”. “Compagna che sei parente del compagno Cipolla?” Avevano combattuto con lo zio Nicola, si rizzavano la schiena sulla panca, si stiracchiavano le gambe e iniziavamo a parlare di politica, e mi sentivo a casa prima ancora di aver visto il porto di Messina.

Nell’ultimo anno ci imposero a tutti la stessa tesi di laurea, progettazione di strutture di primo intervento dopo un sisma, perché c’era stato da poco il terremoto del Friuli; infatti ci portarono lì in trasferta perché fosse il nostro caso di studio.

Vidi che che a due anni dal sisma la metà dei cittadini aveva già la casa in muratura e l’altra metà aspettava in baracche, ma quelle che loro chiamavano baracche in realtà erano villette prefabbricate con tanto di giardino e garage per l’auto. Io timidamente feci notare che giù nel Belice le persone stavano in baracche di lamiera ondulata da ben otto anni (ci sarebbero rimasti per altri dieci), mi risposero in coro i miei professori di sinistra e gli amministratori dei comuni terremotati: “se stanno lì è perché lo vogliono loro, di soldi lì ne sono arrivati anche di più che quà, è che quì c’è gente laboriosa mentre i siciliani vogliono essere assistiti”. Mi misi ad urlare di rabbia piangendo davanti a tutti: “in Sicilia non ce le abbiamo le fabbriche che fanno il prestito agli operai, che poi conviene a loro così ritornano in fabbrica al più presto!”. In pullman sedetti in disparte gonfia di rancore, poi mi raggiunse il professore di progettazione “io la capisco la tua rabbia, se vuoi ti assegniamo il Belice come caso di studio, così ci potrai raccontare come sono andate le cose veramente”, così mi mandarono a casa per fare la tesi.

La realtà che trovai nel Belice era molto amara: di soldi ne erano arrivati a valanghe ma per arricchire i politici democristiani e gli architetti, stavano ricostruendo a chilometri di distanza dai paesi d’origine lì dove a qualcuno conveniva vendere i terreni, Gibellina stava per essere spostata in una conca umida e priva d’aria, a chi si era ribellato avevano dato biglietti ferroviari di sola andata verso il nord.

La mia tesi fu bellissima e presi il massimo dei voti, ma a quel punto mi sentii di nuovo siciliana e dopo aver ottenuto la laurea ripresi il treno per tornare. Pensavo che la Sicilia avesse bisogno di persone come me , che non fosse giusto abbandonarla alla mafia e ai democristiani. Mi sono mangiata il fegato innumerevoli volte per questa decisione, ancora non so se ho fatto la scelta giusta. Amo questa terra e in tutti questi anni non ho fatto altro che lottare, ma non ho concluso molto e a 50 anni mi sono ritrovata disoccupata. Non ho fatto nulla per trattenere le mie figlie, una è già andata via e un’altra è in partenza, una ha scelto di restare e considero la sua scelta coraggiosa, al pari di quella delle sue sorelle.

Read Full Post »

E’ stato proprio un caso che nella giornata della protesta “24 ore senza di noi” io e Narayan siamo stati convocati in Prefettura per stipulare il contratto di lavoro che permetterà lui di avere il primo permesso di soggiorno e uscire dalla clandestinità. Si era annunciata quindi come una giornata di festa e di emozione, purtroppo conclusa con un nulla di fatto perché l’ultima lettera del mio codice fiscale era stata trascritta in modo errato. “Festeggeremo la prossima volta” ho detto a Narayan cercando di lenire la sua delusione, ma anche la preoccupazione che qualcosa possa andare storto dopo tutte le trafile che il poveretto ha dovuto fare, sbattuto da un ufficio all’altro. Ciò non toglie che anche stamattina, come le altre volte che ho avuto a che fare con pratiche che riguardavano gli uffici immigrazione (anche  Jesse, mio marito, è extracomunitario), la mia vita schiva e abitudinaria è stata attraversata da una folata di prorompente umanità. La cosa più emozionante questa volta è stato familiarizzare con le tante coppiette di collaboratore+datore di lavoro, ognuna come noi per la prima volta insieme oltre le mura di casa, una  chiacchierata lungo la strada, abiti formali, la carpetta dei documenti nuova di cartoleria stretta da mani scure ed emozionate, c’erano anche degli anziani accompagnati da signore provenienti dai paesi dell’est. Ogni collaboratore aveva speso l’ultima settimana raccogliendo documenti, senza avere sufficienti indizi riguardo a compiti difficilissimi come ad esempio dimostrare di avere un regolare contratto di affitto quando stai giusto per uscire dalla clandestinità e magari anche l’affittuario per ragioni fiscali non ha molta voglia di uscire allo scoperto. Durante l’attesa i collaboratori riguardavano frementi i propri certificati, quasi facendo a gara a chi fosse più ordinato, si scambiavano informazioni l’un l’altro mentre era palese che noi datori di lavoro non avevamo molto collaborato alla raccolta della documentazione. Narayan poi era molto felice di presentarmi uno degli amici che abitano con lui, che era lì con la sua datrice di lavoro e le figlie, così abbiamo fatto le presentazioni e mi sembrava di essere ad una recita scolastica delle mie figlie. In effetti in ognuno di noi si è insinuato a poco a poco un sentimento genitoriale, per la prima volta vedevamo i loro passaporti, magari scoprendo che per cinque anni avevamo storpiato involontariamente il loro nome senza che questi ci correggessero. Si sentivano frasi dolci e affettuose, “siedi quì che stai più comoda signora” “si ma siediti anche tu” poi i datori di lavoro fra di loro tessevano le lodi del loro Samuel o Paul o Daniel, lì presente e felice di ricevere quell’affetto estemporaneo: “quanto è stato bravo ad imparare la lingua in così poco tempo” “senza di lui non potrei vivere” “quanto è gentile”. Anch’io non posso dire altro che bene di Narayan: gentile, discreto, affidabile, fin troppo affettuoso, anche quando non ce lo meritiamo. Siamo stati la sua prima famiglia in Italia e ci adora, segue simpateticamente le nostre vicende, vigile e silenzioso. Ogni tanto mi vede camminare col bastone e si incupisce, ma se la volta dopo sono più agile gli si illumina il viso “oggi stai meglio finalmente”. Quando preparavamo la festa di diciott’anni di Vittoria il suo pensiero era a Valentina “è brutto vivere lontani quando c’è una festa in casa”. La mia odiosa invalidità è servita almeno a favorire la sua regolarizzazione, perché dimostra che senza il suo aiuto non potrei vivere, che è la pura verità. All’uscita dalla prefettura ho dovuto insistere perché si prendesse un giorno di riposo “oggi ti spetta una pausa, c’è lo sciopero degli extracomunitari e ti pagherò lo stesso la giornata”, non è stato facile, voleva venire lo stesso a lavorare.

Read Full Post »