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Posts Tagged ‘Pina Baush’

Confesso di essermi rassegnata, negli ultimi anni, all’inverno del nostro scontento. Mi accorgo anche che una categoria di questo blog, nato nel decennale e triste gelo palermitano, si chiama “Palermo remota frontiera”. Nessuna previsione mi faceva sognare questa meravigliosa primavera, credevo di morire nel grigiore, ne ero ormai rassegnata e vorrei tanto che arrivi il momento di chiamare la categoria “Palermo capitale d’Europa”. Calma, non corriamo, vigiliamo il cambiamento, aiutiamo la nuova giunta, fiancheggiamola, anzi marchiamola ai fianchi se sbaglia. Mi sembra comunque che stia partendo molto bene. Nel frattempo mi rifaccio il look ed esco di casa, mi trucco, dimagrisco, vedo gente, rido, ma da quanti anni non mi sentivo così? Già la città pullula di attività, in realtà programmate prima dell’inaspettata vittoria, ma lo stesso tutto ha un sapore diverso, di libertà. Che meraviglia, certa gente sembrava sepolta nelle proprie case, del resto lo ero anch’io. Adesso sembriamo i “babbaluci”, che dopo la pioggia escono fuori dall’uscio con le antenne alzate. Direi di cambiare anche questo blog, nome nuovo (non più il mio first name) e nuova testata, con la moltiplicazione di una scena dello spettacolo “Palermo Palermo” della compianta Pina Bausch, per me l’emblema della nostra primavera.

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Stavo per preparami un intervento di due minuti da fare oggi in un incontro fra cittadini palermitani, futuro sindaco e futuri assessori, lo ricordo alle 18 a Villa Bordonaro in via del Fante. Non so se riuscirò a sintetizzarlo in due minuti, non so se riuscirò ad avere il tempo fra mille interventi e comunque io sono persona di scrittura e non di parola.

A memoria mia e del mio interlocutore principale, Francesco Giambrone, futuro assessore alla cultura, di quanti vogliono ragionare su una città migliore, ecco il mio piccolo contributo:

La memoria e la nostalgia ricorrono protagoniste in questa campagna elettorale, come qualcosa che bisogna giustificare e arricchire di un aggettivo buono che è l’esperienza. Nel caso dell’assessorato alla cultura, il ricordo è inevitabile perché avremo l’assessore che per più tempo ha ricoperto questo incarico.

La mia memoria della cultura a Palermo è fatta di luoghi e di persone. Due luoghi sono Villa Trabia e i cantieri culturali alla Zisa, di quest’ulmino si è tanto parlato di recente che credo ci siano buoni suggerimenti su come proteggerlo dal vandalismo delle future amministrazioni.

Le persone sono tante, la maggior parte delle quali fa parte (come me) di quella schiera di scoraggiati che neanche cerca più un’occupazione nel mondo dello spettacolo (e della cultura in genere), o come altri ha più fortunatamente cambiato mestiere. Questo è da imputare al cambiamento politico non soltanto di Palermo ma dell’Italia tutta, al suo livellamento in basso. Chi in passato ha fatto cultura o ha soltanto fruito cultura, negli ultimi 11 anni si è talmente depressa da rimuovere, dimenticare.

Una sera del 2008 mia figlia, a Londra, è andata a vedere con la sua scuola di recitazione uno spettacolo di Pina Baush, telefonandomi  durante l’intervallo: “ma non mi avevi detto che Pina Baush aveva fatto uno spettacolo su Palermo!” In realtà glielo avevo raccontato e le avevo raccontato tante altre cose a cui lei faceva fatica a credere, come quella volta che mi ero trovata seduta accanto a Harold Pinter in una prova spettacolo per tecnici e lui ci chiedeva cosa ne pensavamo della sua scenografia, noi? Lei ricordava invece gli spettacoli per bambini, le feste e i Carnevali a Villa Trabia, soprattutto ricordava la mia felicità di allora.

I nostri anni buoni sono troppo dolorosi da ricordare, le giunte Cammarata sono riuscite a cancellare la memoria della Palermo felice e dei suoi protagonisti. Va anche detto che forse qualcosa poteva essere fatto allora perché quell’esperienza potesse lasciare un orma virtuosa, un passo incancellabile, un mattoncino, un paletto, qualcosa di meno effimero della nostra memoria.

Ma non recriminiamo, costruiamo piuttosto, siamo quì per questo

Dei luoghi della cultura si è già parlato e vorrei parlare delle persone, non tanto dei protagonisti principali ma della miriade di comprimari con cui, alomeno io, sono entrata in contatto in quegli anni.

Il fatto che Palermo sia riuscita ad essere per un periodo capitale della cultura  ha significato il movimento di un indotto professionale non indifferente, fatto di gente dello spettacolo, tecnici, studenti, svariata manovalanza che è cresciuta anno dopo anno con l’allestimento del festino, del capodanno in piazza, del Festival sul Novecento, dell’estate palermitana e poi il tempo scuola, la città dei ragazzi e un oceano di spettacoli e interventi culturali che si svolgevano tutto l’anno. Da un lato c’era una città che fruiva, dall’altro una che cresceva, trovando occupazione, anche se precaria.

In ogni edizione del festino di quegli otto in cui ho lavorato alla sua preparazione, la selezione di una buona squadra era la parte più difficile, avevo dei bravissimi assistenti e persone inadeguate, sono riuscita anche a coinvolgere dei lavoratori socialmente utili, a nessuno di loro però ho potuto certificare le proprie competenze. Pochissime di queste persone sono attualmente impegnate nel mondo dello spettacolo, certamente non le migliori.

Abbiamo sparso mestiere come sabbia in un deserto, quando invece si poteva tirare su una categoria altamente competente, una scuola di scenografia da strada che avrebbe potuto lavorare in altre realtà, stessa cosa per la sartoria teatrale. Parlo ovviamente dei miei mestieri, ma posso allargarmi a tutti quelli tecnici, dello spettacolo e di altri eventi culturali, quelli esenti dalla necessaria discrezionalità artistica: luci, fonica, assistenza alla regia, direzione di scena, allestimento, montaggio.

Certo adesso le finanze del comune sono di parecchio più disastrate di allora e non so quanto di quella Palermo potrà rivivere, ma vorrei che si facesse in modo che, anche un dieci per cento di quelle attività, fosse più virtuoso e contribuisse alla formazione di categorie di lavoratori della cultura e dello spettacolo. Vorrei che questa gente possa crescere insieme alla città, come una volta, ma questa volta in un dialogo scambievole che accresca e certifichi le competenze di ognuno, così che queste possano essere spese in futuro e altrove, così da attirare un circuito di docenti e discenti: una grande scuola di formazione a basso costo

Come fare questo?

Io credo che l’esperienza possa avere fornito gli strumenti per aggirare i vecchi errori e suggerire dei rapporti più trasparenti fra l’assessorato e coloro che lavorano nel mondo della cultura. Già 20 anni fa si fecero delle innovazioni epocali rompendo il meccanismo dei finanziamenti a pioggia, fornendo spazi e servizi alle piccole compagnie.

Adesso, quell’innovazione tecnologica (web 2.0) che ci ha permesso una campagna elettorale viva ed economica, un contatto con gli elettori mai visto in passato, ci può aiutare a creare un meccanismo di feedback (scusate l’inglese ma non trovo la traduzione) per cui il cittadino può dare dei voti agli spettacoli, può commentarli, in modo da favorire la scelta dei finanziamenti e delle programmazioni. Lo stesso si può fare con i singoli lavoratori del mondo dello spettacolo.

Si può andare verso la costutuzione di un portfolio (scusate ancora l’inglese) di ogni compagnia ma anche di ogni lavoratore, a quest’ultimo obbligatoriamente dovranno contribuire coloro che chiedono finanziamenti per la propria compagnia. Il concetto dovrebbe essere: tu mi chiedi dei soldi io e ti chiedo in cambio l’utilizzo di maestranze che siano state certificate da altre compagnie che hanno lavorato prima di te. Ogni compagnia, al momento del rendiconto, dovrà fornire il feedback delle varie competenze. Ogni singolo potrebbe così acquisire dei punteggi di merito che sono quelli che rispondono a criteri di affidabilità, bravura e rispetto dei tempi. Questo apprendimento in progress potrebbe poi essere arricchito da lezioni aperte tenute da artisti affermati (scenografi, registi, costumisti, lighting designers) in tournée a Palermo per conto del comune.

Parliamone

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Succede di guardare la propria città quando la si mostra a qualcuno venuto per visitarla, così è anche adesso che abbiamo ospiti degli amici toscani. Pensi fra te e te che in fondo non è tanto male, ma sono le osservazioni dei visitatori che ti fanno riflettere su quello a cui non avevi fatto caso. Nella discesa agli inferi dei suoi ultimi anni, la meraviglia più frequente su Palermo riguarda il rumore dei motorini per l’acqua, praticamente in ogni portineria (fuori dalla Sicilia non si sa cosa siano) e la quantità di negozi di abbigliamento, nonostante i tempi di crisi. Gli amici in visita in questi giorni mi hanno poi fatto notare la varietà di anonimi sportelli bancari (riciclaggio di danaro mafioso?) e infine hanno chiesto qual’è stato il tempo in cui a Palermo non vi erano edifici in rovina. Questa è proprio una bella domanda, loro pensavano che la città avesse avuto un suo periodo florido e poi un decadimento, ma a pensarci bene non credo che sia stato così, secondo me anche ai tempi di Federico secondo c’erano ruderi di duecento anni prima. Jesse, le cui osservazioni sono sempre acute (non foss’altro perché è un povero alieno in questa città), ha risposto prontamente che Palermo manca di manutenzione. E’ facile dirlo adesso con i cumuli di rifiuti ovunque e i conseguenti roghi, è facile dirlo con un sindaco inesistente per il quale è inutile spendere parole di sdegno: è un ommo-e-niente che non doveva mai stare dov’è adesso, ma il solo fatto che i palermitani l’abbiano votato non una ma due volte, sta a significare il poco rispetto che hanno per la propria città. Palermo manca proprio di concetto di cittadinanza, questa è l’amara verità. Quando la compagnia di Pina Baush venne a fare il suo spettacolo su Palermo, il canovaccio fu scritto girando fra le vie del centro storico: la sera della prima sembrò scontato vedere i gesti ossessivi di un’attrice che lavava e strofinava il metro quadrato di marciapiede davanti alla sua porta, noi palermitani conoscevamo il rito di certe popolane ed era già oggetto di derisione, ma ciò non toglie che per un tedesco è una pratica assurda, quasi autolesionista, come i roghi che finiscono per intossicare chi li provoca. Ambedue le cose ricadono in quella mancanza di concetto di cittadinanza che ci contraddistingue, quel cannibalismo suicida che ci porta a distruggere ciò che condividiamo con gli altri, per salvaguardare invece qualcosa di personale che ci sembra più meritevole di attenzione: la propria casa contro l’aspetto urbanistico, l’interno della casa contro il suo esterno, la propria automobile contro la pubblica strada, la pensione anticipata dalla Regione Siciliana contro l’interesse della comunità, il posto di associato all’Università per il figlio del professore contro l’Università stessa.
Gli abitanti dell’isola di Pasqua si accorsero di avere distrutto l’intero proprio ecosistema solo dopo aver abbattuto l’ultimo albero (usavano i tronchi per trasportare le enormi statue) e dopo breve tempo rimasero senza cibo: molti morirono e gli altri dovettero abbandonare l’isola. Palermo è in un certo senso al suo ultimo albero: i soldi sono finiti, l’Università è finita, la città è al buio e ricoperta di spazzatura. Al contempo circolano tanti soldi, troppi, che in questi giorni vengono spesi nei saldi di stagione, e magari stanno conservati nelle banche locali dai nomi anonimi. Il problema è che nell’esaurirsi globale delle risorse primarie, Palermo non godrà più dell’aiuto altrui e resterà tagliata fuori dal mondo, come mai lo è stata. I giovani vanno a studiare altrove, altrimenti partono dopo aver capito che neanche la laurea li aiuta a trovar lavoro, specie se ottenuta all’Università di Palermo. I figli dei mafiosi costituiranno la classe dirigente del domani e di questo dovrebbe dolersi, non tanto la popolana assorbita dal suo metro quadro, quanto certa attuale classe dirigente illuminata, che ha cannibalizzato se stessa per la furberia di vivacchiare da dirigente regionale lavorando poco, producendo nulla e andando in pensione troppo presto. Dovrebbero dolersi quei docenti Universitari che hanno pensato solo al posto per i propri figli, quei dirigenti dei partiti di sinistra che hanno barattato la propria opposizione per un piatto di lenticchie. Ora la manna è finita anche per questi ultimi gattopardi ma la cosa non mi consola. Su gli altri, quelli come me, pesa la sconfitta, per non aver saputo infondere nei concittadini quel concetto di cittadinanza che sostiene le città normali, e dire che negli anni novanta c’eravamo quasi.

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