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Posts Tagged ‘sinistra’

Non sto a ricordare quello che nella sola giornata di ieri è riuscito a compiere, o non compiere, il partito democratico italiano. Non lo faccio perché mi fa male, perché nonostante i vari cambi di nome e di casacca abbiano lavato via qualsiasi traccia di sinistra, continuo a considerare il PD un pronipote del partito in cui sono politicamente cresciuta. Un partito in cui, invero, cominciai da giovanissima ad avere una contrapposizione dialettica, cercando alternative nei gruppi extraparlamentari, tornando all’ovile a fasi alterne, come tanti del resto. Ieri alla presentazione del libro “Chi ha ucciso Pio La Torre?” (di Paolo Mondani e Armando Sorrentino) gli autori e i relatori (Claudio Riolo e Saverio Lodato) hanno ricordato i sofferti contrasti che albergavano all’interno del PCI siciliano negli anni 70 e 80, la parabola discendente da un segretario ad un altro (peggiore del precedente) che passo dopo passo è giunta a consegnarci l’attuale reggenza. Per intenderci, quella che attualmente appoggia il governo Lombardo, che nella difesa di questa posizione ha frantumato i propri consensi nella recente tornata comunale, che annuncia di staccare la spina ma temporeggia nella foga di accaparrare gli ultimi privilegi. Prima che le prossime elezioni regionali e politiche disintegreranno l’attuale panorama politico, senza molte garanzie di un miglioramento. La situazione è pressocché uguale nei due rami del parlamento nazionale e in tante assemblee locali, un clima da si salvi chi può. Non si salva la democrazia, non si salvano gli ideali, non si salva il volere degli elettori, soprattutto da anni (decenni) non si vede un programma politico. I programmi ci sono, non sempre, in quei piccoli partiti che ancora possono definirsi di sinistra ma che faticano a raggiungere il quorum, anche perché continuano a frantumarsi esponenzialmente. Poi c’è il populismo, il grande facilitatore di consensi che vede ora l’uno ora l’altro “stand up comedian”.

Continuerà così se il PD procederà nella sua autoestinzione senza che un “programma politico” riesca ad occuparne il vuoto. Non riesco neanche a chiamarlo partito, data la ripungnanza generata ormai da questo sostantivo, ma qualcosa di strutturato dovrà pur essere e faticosamente dovrà nascere dal basso, oltre e senza il PD, ricucendo ferite, individuando ideali e blocchi sociali di riferimento. Questo lavoro doveva essere fatto 20 anni fa, e dovevamo essere noi a farlo, noi che ancora ci sentiamo di sinistra, ultima bandiera a cui aggrapparci, noi che non dobbiamo più dare deleghe in bianco.

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E così, a una settimana dal voto, un pranzo domenicale in famiglia diventa terreno di scontro sulle primarie, perché ancora se ne parla e non se ne riesce a fare a meno. E si dice “basta! Parliamo d’altro per favore” e poi invece si ci ritorna. E arriva l’inevitabile déjà vu di quarant’anni fa, quando nella stessa famiglia il terreno di scontro era la diaspora dal PCI ai gruppi extraparlamentari, adesso invece non si capisce nulla. Abbiamo tutti ragione e tutti torto. Nessuno di noi ha votato con passione, si è scelto il meno peggio, e neanche questo è stato facile, s’è cambiata idea tante volte e alla fine si è votato con rabbia o con rassegnazione. Chi in passato è stato frondista ora ha invocato il voto utile, chi è sempre stato moderato, una volta per tutte ha scelto la provocazione, costi quel che costi; altri sono proprio rimasti a casa. Eccola la nostra famiglia di sinistra: volersi bene e discutere sempre. Ma farsi del male no, per favore, adesso basta. Cosa ci vuole per mettersi attorno ad un tavolo e ragionare? Cosa ci vuole per assumersi tutti le proprie responsabilità, stilare un programma comune e trovare un’unione su quello piuttosto che sulle persone? Le faide sui personaggi della politica si chiamano populismo, i programmi sono invece partecipazione al bene comune. Ci vuole fatica, ci vuole mediazione, ci vuole pazienza, bisogna sotterrare le asce di guerra, sopire i vecchi rancori. Vent’anni fa, dopo le stragi, capimmo che non c’era più nessuno a difenderci dalla mafia e siamo scesi tutti in piazza. Oggi siamo forse messi peggio, nessuno è morto ma la sinistra lo sembra per davvero. Il nemico è più subdolo ed è dentro di noi, abbandoniamolo alla sua deriva verso destra e chiamiamoci ancora con più orgoglio “sinistra”, una sinistra di unione passionale, di liberazione generale. Forse non ci saranno più i partiti ma la capacità di aggregarsi sulle istanze comuni si, questo è il sale della democrazia. Dopo vent’anni diamoci di nuovo una smossa, con la morte di Falcone sembrava che ci fosse morto il padre, adesso sembra che ci sia crollata addosso la casa, la casa della sinistra. Non abbiamo più chi delegare, siamo soli e tutto è da rifare. In casi simili siamo stati capaci di essere grandi, cerchiamo di esserlo ancora una volta, perché non c’è scelta.

Io credo che con onestà si possa iniziare a parlare di programmi, a breve, a lunga o a lunghissima scadenza, questo dipenderà dalle forze che si riusciranno ad aggregare attorno ai programmi e alle idee. Io sono convinta che vale sempre la pena combattere per le idee, le proposte, i programmi, meno per le persone. Queste primarie si sono fermate sulle persone, sulla loro capacità o meno di essere combattive, di aggregare consensi. Ci si è chiesto di meno, e forse non se lo sono chiesti neanche i candidati, se i loro programmi valevano la pena di essere presi in considerazione, se c’era materia su cui lavorare. Tutto questo si deve ancora fare e forse sarà tardi per questo turno, ma la politica non deve mai fermarsi alla imminente tornata elettorale, piuttosto prevedere gli scenari futuri, intercettare i movimenti di pensiero, trovare parole nuove e nuove chiavi di lettura per stravolgimenti della storia pari a quello che stiamo attraversando adesso.

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Dopo le mie prime parole rabbiose, sconnesse e sconfortate, una bellissima nota di Liliana Billitteri (giovane attivista del PD siciliano) arrivata nella mia pagina di Facebbok,  mi ha costretto a prenderla in considerazione e tornare in me. Grazie Lilli per avermi svegliata, grazie soprattutto perché sei fra i pochi giovani che ha deciso di restare in questa terra disgraziata.

cara Lilli,

fra tutte le riflessioni del giorno dopo la tua merita più attenzione, perché sei una perla di impegno e militanza in una generazione che non riesce ad appassionarsi al dibattito politico. Tu continui a combattere all’interno di un partito, cosa che io non riesco più a fare da molto tempo e, nonostante questa diversità di vedute, ti ammiro anche e soprattutto per questo. Sei infatti eroica nel voler continuare a salvare il salvabile. Vorrei però farti riflettere sul vero segnale di queste elezioni. Il partito che ha vinto è un partito che non c’è ma che potrebbe esserci in futuro, perché nonostante domenica ci eravamo illusi che l’astensione provenisse da destra, essa ha riguardato soprattutto i “nostri”. Sull’identità dei nostri ci sarebbe poi molto da discutere, ma si tratta di una massa consistente di voti che si è frazionata fra lo stare a casa, votare per Grillo o per Di Pietro. Lì però dove si è imposto un candidato esterno al PD, che aveva già lavorato bene e che forse per questo si è tentato di estromettere, la gente ha avuto entusiasmo nel voto. Mi riferisco ovviamente alla Puglia. Dato che questa è stata l’unica vittoria del centrosinistra (dire del PD sarebbe una forzatura), è questo l’elemento di analisi principale, degno di attenzione. Forse bisognerà ammettere che il PD è nato male e finito peggio, operare un’eutanasia e rifondare qualcos’altro, suggerisco evitando la velleità del partito unico. Preferirei tornare alla diversità di una sinistra a più anime, dove il dibattito interno sarà il sale di una vera “democrazia”, quella che adesso tanti invochiamo.

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